Alla famiglia dei rodenticidi cronici o ad effetto residuale appartengono gli anticoagulanti, sostanze il cui effetto si concentra principalmente nel fegato dell’individuo intossicato e che interferiscono con con i fattori responsabili della coagulazione del sangue.

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In condizioni normali, il formarsi di emorragie dovute a fragilità capillare è un fenomeno che ricorre con una certa frequenza e al quale l’organismo riesce tranquillamente a far fronte grazie alla coagulazione. Negli individui intossicati, invece, tale azione riparatrice è completamente inibita e l’organismo è vittima di numerose e diffuse emorragie interne, localizzate in particolare all’interno della cavità toracica, nei tessuti sottocutanei, nello stomaco, nell’intestino ed a livello polmonare.
I sintomi sono costituiti da debolezza, letargia ed assenza di riflessi, e spesso confermati da tracce di sangue attorno a naso, bocca, occhi ed orifizio anale. L’azione anticoagulante di questi principi attivi è dovuta al loro antagonismo con l’enzima epossido-reduttasi, il quale è deputato, nelle cellule del fegato, alla riduzione della forma biologicamente inattiva della vitamina K alla sua forma biologicamente attiva. Quest’ultima è una sostanza fondamentale per il compimento del processo di coagulazione del sangue, dal momento che da essa dipendono la sintesi della protrombina (fattore II) e di altre importanti proteine coinvolte nella ricostruzione cellulare (fattori VII, IX e X). Nei roditori, l’intervallo temporale che intercorre fra l’ingestione di una dose letale di anticoagulanti e la comparsa dei segni clinici è quantificato in 1-5 giorni, mentre la morte sopraggiunge dopo 2-10 giorni (anche se studi sul campo hanno verificato il decesso della gran parte degli individui già entro i primi cinque giorni dall’assunzione dell’esca avvelenata).