L’evoluzione della derattizzazione

23.02.2017

di Stefano Nerozzi – Responsabile Qualità SGD Group
Laureato in Scienze Naturali – Consulente Ambientale – Comunicazione ed Educazione Ambientale

 

Premetto che questo articolo ha lo scopo di fornire un’informazione divulgativa sul tema della derattizzazione, cercando di evitare i continui richiami alle numerose norme che appesantirebbero la lettura. Il fine non è solo quello di informare, ma soprattutto quello di stimolare una riflessione su un aspetto della nostra società che spesso viene “relegato in un angolo”, ma che riveste un ruolo centrale per la difesa sanitaria delle nostre comunità.

La derattizzazione è al centro di una costante evoluzione tecnica e normativa che impone agli operatori del settore una sempre maggiore attenzione e cautela nell’erogazione del servizio.

Innanzitutto c’è da puntualizzare un aspetto fondamentale; cioè che ad oggi la normativa vigente riguardante l’erogazione del servizio non è stata in alcun modo modificata.

Nonostante ciò le norme ad adesione volontaria (certificazioni) nel comparto alimentare e in altri settori dove il pest control riveste un ruolo centrale, hanno influenzato l’interpretazione delle norme cogenti di molti organi di controllo. Un esempio su tutti è la richiesta sempre più pressante di allontanamento delle esche rodenticide dai locali dove si maneggiano alimenti. Tale richiesta, non supportata da alcun “diktat normativo”, va incontro alla tendenza di diminuire al massimo la possibilità di contaminazione da parte di agenti patogeni e/o da parte di residui di derattizzante che possono essere trasportati accidentalmente dai roditori. Infatti una delle caratteristiche principali degli anticoagulanti è che sono ad effetto ritardato. Questo permette di diminuire al massimo il rischio di “diffidenza” degli esemplari, che non riescono in alcun modo a collegare la morte di un conspecifico con l’assunzione dei bocconi avvelenati. Inoltre, il roditore avvelenato si muove all’esterno dei locali prima di morire, diminuendo di molto la probabilità di rinvenimento di carcasse con tutte le problematiche che ne conseguono. Come si può facilmente comprendere, questi vantaggi indiscutibili hanno come limite il fatto che il roditore, seppur avvelenato, possa continuare a muoversi all’interno di locali contaminandoli. Ecco quindi spiegata la tendenza alla richiesta di sostituzione degli erogatori di esche rodenticide con trappole a cattura.

La cattura dei roditori apre però ad ulteriori riflessioni. La prima riguarda sicuramente la gestione dell’impianto di derattizzazione a cattura, il quale necessita un controllo quasi quotidiano delle postazioni, per evitare la tardiva segnalazione di una cattura che potrebbe arrivare ad avanzato stato di decomposizione del roditore. L’altra questione è relativa al “benessere animale” e chiunque abbia potuto vedere un topolino catturato con il “vischio” può capire bene di cosa sto parlando. Infatti la lotta agli infestanti deve comunque utilizzare modalità non cruente. Si potrebbe infatti pensare a trappole a cattura a scatto che uccidono immediatamente il roditore, ma anche queste hanno un limite: il probabile, se non sicuro, spargimento di liquidi corporei della “vittima”.

Le trappole a cattura azzerano però un problema davvero complesso da affrontare: l’avvelenamento secondario.

Come accennato qui sopra, il ratto o il topo avvelenato, si muove all’esterno ma con modalità innaturali. Perde velocità, ma soprattutto sembra diminuire il suo istinto di sopravvivenza muovendosi di giorno anche in campo aperto. Questo stato lo espone ad una più facile predazione ad opera di uccelli, mammiferi e rettili, i quali a loro volta si avvelenano. Sono stati svolti degli studi molto interessanti che evidenziano la quantità di roditori contaminati dagli anticoagulanti necessaria per portare alla morte uno specifico predatore. Tali studi evidenziano altresì che alcuni anticoagulanti risultano essere più tossici di altri e che quindi la loro dose letale in bioaccumulo, seppur indiretto, risulta essere inferiore ad altre sostanze (minor numero di prede necessarie a portare alla morte il predatore).

Nel tentativo di diminuire l’impatto sulle specie no target, la Comunità Europea sta sviluppando un insieme di norme riguardanti i biocidi in fase di produzione degli stessi.

Per inciso, i costi elevati per la difesa dei principi attivi da parte delle aziende produttrici, ha portato e porterà all’inevitabile rarefazione degli stessi. Un’ importante novità è l’inserimento della differente percentuale di principio attivo presente nei derattizzanti di libera vendita rispetto a quelli ad uso professionale: i primi avranno una percentuale di rodenticida dello 0,0025% mentre quelli professionali rimarranno allo 0,005%.

Altra importante novità sono le indicazioni riportate in etichetta che impongono l’utilizzo dello specifico derattizzante per un massimo di 6 settimane consecutive.

Tale scelta, per lo scrivente, risulta alquanto discutibile. Infatti se il suo scopo è quello di difendere le specie predatorie, non si è tenuto conto di alcuni aspetti fondamentali.

Ritengo infatti che se l’attività di derattizzazione viene svolta nel pieno rispetto delle normative vigenti (utilizzo di bait stations con chiusura, con alloggiamento per i bocconi, etc.) il rischio di avvelenamento di predatori sia pressoché vicino allo zero. Inoltre la stessa etologia dei predatori li spinge a predare (o a nutrirsi di animali morti) e non a nutrirsi di eventuali esche rodenticide, le quali negli anni hanno subito una netta riduzione di attrattivi (sempre per evitare di attrarre specie no target). Aggiungo, seppure può sembrare superfluo, che l’avvelenamento secondario di un predatore è determinato dall’ingestione di una preda avvelenata.

Immaginiamo pertanto di operare anche per 6 mesi senza esche rodenticide ma con l’utilizzo di esche virtuali (“bocconi” privi di veleno) al fine di monitorare la presenza di infestanti. In caso di rosicchiature sull’esca virtuale si passerebbe all’utilizzo di rodenticida. Solo allora si innescherebbe il rischio di avvelenamento secondario.

Non è quindi la continua attività di derattizzazione a causare la morte di predatori, bensì l’attività di derattizzazione con l’uso di anticoagulanti. L’unico modo per evitare questo grave problema ambientale è la messa al bando dell’attività di derattizzazione con il veleno.

Grazie ad importanti collaborazioni scientifiche, al continuo confronto con i produttori e alla condivisione di problematiche e obiettivi con i clienti, SGD Group è alla continua ricerca delle soluzioni migliori per contrastare la presenza di roditori nel pieno rispetto della normativa e con un occhio di riguardo al miglioramento dell’impatto ambientale di ciascuna sua attività, così come testimoniato dall’acquisizione della certificazione ISO 14001 e di Bayer per il progetto Bayer Protection Program.

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